Sono tornato a Firenze. Qui non si visita una città, si abita un ricordo. Lo sguardo si riempie di visioni, e quello che vedi non è il Duomo, o la stazione, o Piazza della Signoria, ma strati di gioie e malinconie, volti si sovrappongono alle statue che sorvegliano gli Uffizi, e perfino i camerieri sono figure scolpite nel marmo, la mano che preme il pulsante della polaroid è una macchina del tempo sprofondata nel chiasso di una gita scolastica di tanti anni fa, quando gli studenti issarono un pigiama nell’atrio dell’albergo come i rivoltosi la bandiera sul pennone più alto della Bastiglia.